L’India riapre alle criptovalute, ban incostituzionale

Mercoledì scorso, la Corte Suprema indiana ha annullato il ban sulla compravendita di criptovalute imposto il 6 aprile 2018 dalla Banca Centrale del Paese. Questo provvedimento è chiaramente una grande vittoria non solo per l’industria degli asset digitali, ma anche per le aziende indiane operanti nei settori della tecnologia e del fintech. La decisione apre la strada ad una regolamentazione misurata e aperta al futuro che permetterà all’India, un esportatore di software nonché mercato per il fintech, di beneficiare di una rapida innovazione nel campo della blockchain e degli asset digitali.

Alla domanda sul perché sia stato scelto un metodo così brutale come un ban anziché un approccio più soft nella regolamentazione degli asset digitali, membri della Reserve Bank of India hanno dichiarato di considerare le criptovalute un rischio per il sistema dei pagamenti indiano.

Il rischio consiste più che altro nel far rispettare eventuali regolamentazioni. Data la grandissima popolazione e leggi antiquate risalenti ancora all’era coloniale, nonché il costantemente sotto-finanziato sistema giudiziario, i procedimenti si trascinano spesso nelle corti di giustizia per anni senza alcuna sentenza definitiva.

In effetti l’amministrazione della giustizia è una grande sfida in India, assolutamente slegata dalle criptovalute. Ecco perché la banca centrale ha scelto di vietare il rischio per i consumatori anziché prima provare a regolamentarlo.

Truffe cripto nei villaggi

Qualche anno fa ha guadagnato la notorietà col soprannome di Crypto Queen la sig.ra Ruja Inatova. Il 23 aprile del 2017 la polizia arrestò 18 persone a Navi Mumbai per aver organizzato un evento di arruolamento nei ranghi di OneCoin. In maggio, questo aveva portato al recupero di 4 milioni di dollari in 9 conti correnti mentre 11 milioni di dolari erano stati già trasferiti prima che le autorità potessero sequestrarli. Tutto ciò basta per affermare che le preoccupazioni della polizia sono risultate profetiche ed hanno evitato un disastro come accaduto in Uganda, dove vittime povere o provenienti dalla classe media hanno perso cumulativamente diverse centinaia di milioni di dollari.

Nel 2017 e 2018 la sfida che doveva superare l’India non erano tanto le ICO vendute su YouTube o Facebook ma criptovalute inesistenti vendute da truffatori senza scrupoli in piccole città e villaggi in tutto il Paese. Il boom delle ICO e delle cripto inesistenti ha costretto la RBI a vietare alle banche ed alle istituzioni finanziarie di dare qualsiasi servizio a individui o aziende con business in ambito di criptovalute.

Una regolamentazione più soft

La decisione della Corte Suprema non risolve il problema legislativo ma apre la strada ad una regolamentazione più soft e ben progettate. La decisione passerà la responsabilità di regolamentare le commodities digitali come bitcoin nelle mani della Securities and Exchange Board of India (SEBI).

Questa è una buona notizia per tre ragioni. La prima è che la SEBI è l’equivalente indiano della SEC e della Commodities Futures Trading Commission statunitensi combinate, il che significa che l’industria dovrà affrontare meno terreni di scontro con gli enti regolatori. Secondo, l’industria cripto non dovrà soffrire la situazione di leggi diverse stato per stato come negli Stati Uniti. Terzo, la SEBI ha esperienza pregressa nell’affrontare truffe. Nel 2015 infatti la SEBI ha assimilato il precedente ente regolamentatore, la Futures Markets Commission dopo una truffa multi-miliardaria che aveva minato la fiducia nel mercato delle commodities indiano.

Benchè la RBI potrebbe non essere in grado di inibire le transazioni cripto a cripto, la banca centrale è in ogni caso il regolatore del sistema bancario e dei pagamenti in India. Ciò significa che la RBI ha il potere di vietare alle banche di offrire servizi in fiat ai business legati alle cripto e potrebbe scegliere di attuare comunque il divieto. Questo “muro di cinta” attorno al sistema fiat rispetto ai rischi relativi alle cripto non è un’esclusiva dell’India, ed è essenzialmente una BCBS (Basel Committee Recommendation to Prudential Regulators). Paesi europei ed il Regno Unito hanno solo recentemente iniziato a sbloccare dei ponti con il sistema fiat agli exchange di criptovalute su basi valutate caso per caso e l’India potrebbe impiegare un po’ di tempo per seguire la curva d’apprendimento. In ogni caso tutto ciò richiede un costante supporto della banca centrale.

Negli ultimi tre anni, molte compagnie cripto si sono completamente ritirate dall’India, il che rappresenta una significativa occasione persa per la Nazione. Oggi può essere il momento perfetto per queste compagnie di rientrare nel Paese e reinserire l’India nei propri piani d’investimento, assunzioni, partnership tecnologiche e sviluppo di ecosistema.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.