Bitcoin sotto attacco.

Chi può attaccare il sistema Bitcoin? I cybercriminali? I governi? No, il nemico più temibile del Bitcoin é il cattivo giornalismo. Che, si badi bene, non va confuso col giornalismo critico (ma circostanziato).

Bitcoin sotto attacco.
Bitcoin sotto attacco.

Negli ultimi giorni ne abbiamo lette di tutti i colori: “Scoperto da Newsweek il burattinaio del Bitcoin. E’ un 64enne che vive con la madre”; “Ecco la prima vittima del Bitcoin, una 28enne si suicida per colpa della valuta virtuale”; “Crolla MtGox, la borsa del Bitcoin, milioni di dollari spariti nel nulla” e via di questo passo. Il fuoco di fila a colpi d’inchiostro (o pixel nel caso della stampa online) ha spinto un appassionato a creare un sito che risponde in maniera semplice alla domanda che una persona generalmente si pone dopo aver letto certi articoli, ovvero: Ma allora il Bitcoin è morto? Qui la risposta.

Conviene ogni tanto fare un esercizio di metagiornalismo e chiedersi se quello che si legge sui Bitcoin è vero o falso, ma soprattutto che idea veicola un articolo, ovvero qual è il messaggio che il giornalista cerca di comunicare. Ovviamente chiunque quando scrive, anche inconsapevolmente,  cerca di far passare un messaggio. E’ la base della comunicazione. Anche una notizia data in maniera apparentemente oggettiva può veicolare un messaggio a seconda dello spazio che le viene dato, al contesto in cui viene data, a cosa viene omesso quando si scrive e così via. Un esempio lampante è la cosiddetta “emergenza femminicidio”. L’Italia negli ultimi anni sembra diventata un Paese di uomini che assassinano le donne. Basta guardare le statistiche per accorgersi che non c’è alcuna “emergenza” rispetto ai numeri del passato e, sia chiaro, questo non vuol dire che non debba essere affrontato il problema di come limitare la violenza contro le donne. Significa solo che la stampa può creare emergenze anche dove non esistono, e forzare la mano alla politica in un senso o nell’altro. Non a caso si parla di quarto potere.

Analizziamo quindi caso per caso le tre “storpiature” giornalistiche che ho elencato sopra:

1. L’inchiesta di Newsweek che ha svelato la presunta vera identità di Satoshi Nakamoto.

Il 6 marzo scorso la giornalista Leah McGrath Goodman di Newsweek pubblica un articolo in cui annuncia di aver scoperto, dopo un lavoro investigativo di un paio di mesi, chi si celava dietro lo pseudonimo di Satoshi Nakamoto, ovvero un 64enne californiano, Dorian S. Nakamoto. Non contenta di spiattellare nome, cognome, indirizzi ed hobby suoi e dei suoi familiari, la giornalista sottolinea nell’articolo come questo “appassionato di trenini” (classica informazione rilevante a fini giornalistici) potrebbe possedere  una quantità di bitcoin il cui valore attuale ammonta a parecchi milioni di dollari, esponendo un privato cittadino a rischi di ogni genere, senza considerare l’attenzione ossessiva dei media di tutto il mondo. Di fronte alle critiche dell’intera comunità bitcoin, Newsweek ha risposto così:

“Newsweek ha pubblicato questa storia perché sentiamo che è importante. Benché questa valuta virtuale sia diventata popolare, rimane misteriosa e volatile. Abbiamo riconosciuto un interesse pubblico nel chiarire alcuni aspetti chiave riguardo Bitcoin e nell’informare meglio coloro che potrebbero volerci investire del denaro”.

Questa affermazione è quanto di più lontano dalla realtà si possa concepire. Anche se quest’uomo fosse realmente Satoshi Nakamoto il suo controllo sul Bitcoin sarebbe praticamente nullo. Trattandosi di un progetto open source chiunque può controllare come funziona e contribuire a migliorarlo, cosa che è stata fatta ampiamente in questi 5 anni di vita della crittovaluta, tanto che si stima che il 70% del codice alla base del funzionamento del Bitcoin sia stato rimaneggiato rispetto alla versione originaria proposta da Satoshi. C’è chi dice che sia importante conoscerne l’identità perché possedendo verosimilmente una grande quantità di bitcoin potrebbe venderli in blocco causando un crollo del valore di mercato. Ma chi sano di mente distruggerebbe la propria ricchezza vendendo in blocco i suoi averi? E quandanche lo facesse farebbe crollare il valore del bitcoin in maniera temporanea, ma sicuramente non intaccherebbe la funzionalità del sistema. Arriviamo quindi al vero obiettivo di questo “scoop”: ovvero mostrare come il creatore del Bitcoin sia una persona strana, misteriosa ed inaffidabile, e quindi di riflesso la sua invenzione sia misteriosa ed inaffidabile. Dorian S. Nakamoto ovviamente nega tutto e la comunità bitcoin ha già lanciato una raccolta fondi in suo favore per risarcirlo del danno di immagine e di sicurezza personale patito. Ma il punto è un altro: scoprire chi è Satoshi non è nulla più che una curiosità e non ha alcun impatto sul funzionamento, il successo o il fallimento del Bitcoin.

2. Il caso del presunto suicidio di Autumn Radtke, giovane chief executive della First Meta Pte.

La notizia è sempre del 6 marzo: la polizia di Singapore definisce “non naturali” le cause della morte di quest’americana 28enne a capo di questo exchange (First Meta Pte) che opera con valute virtuali come linden dollars (la moneta usata sui server di Second Life) ed appunto bitcoin. Tralasciando l’umorismo nero che si può fare sul fatto che la polizia sia arrivata alla conclusione che una persona che muore in seguito alla caduta dalla finestra del proprio appartamento muoia per cause “non naturali”, il vero punto è un altro. In base a cosa si collega il presunto suicidio al Bitcoin? Molti articoli collegano il fatto alla dichiarata bancarotta di MtGox. Ma analizziamo un attimo il caso: si presume che questa ragazza si sia suicidata. Si presume che la causa di questo presunto suicidio sia il crollo di MtGox. E quindi la conclusione è che il Bitcoin si macchia della morte di una ragazza di 28 anni ed è pericoloso. E qui arriviamo al punto più controverso.

3. La bancarotta del sito di exchange MtGox.

MtGox non è la “borsa di Tokyo del Bitcoin” e non è nemmeno il principale sito dedicato alla compravendita di bitcoin a livello mondiale, come asserito da parecchie fonti di stampa, essendo caduto ad una quota minoritaria del mercato molto prima che scoppiasse lo scandalo dei 750mila bitcoin “vacanti” (non è ancora chiaro se rubati o diventati inaccessibili in seguito a qualche errore tecnico). Una cosa è sicura: il danno economico subito dagli utenti di MtGox è enorme ed è giusto che le autorità facciano piena luce sulla vicenda e possibilmente permettano il risarcimento delle vittime. Ma bisogna anche sottolineare un altro aspetto: MtGox non è il Bitcoin. Il problema rappresentato dalla sicurezza dei siti di exchange è reale e molti stanno lavorando per risolverlo, anche sviluppando exchange p2p come ad esempio Coinffeine. Questo però non riguarda il Bitcoin, semmai riguarda il cambio Bitcoin/valute “reali” e l’aspetto speculativo legato ad esso. Da mesi infatti la comunità bitcoin si era mossa per consigliare a tutti di togliere i propri soldi da MtGox, ma molti ce li hanno lasciati con il preciso scopo di speculare sulle difficoltà della piattaforma comprando bitcoin a cifre ridicole per poi però ritrovarseli bloccati all’interno del sito. Da sempre si consiglia di tenere i propri bitcoin al riparo offline, nonostante esistano a tutt’oggi exchange che non hanno mai avuto grossi problemi di sicurezza, come Bitstamp o Kraken. Btc-e invece è un altro exchange a rischio, da cui molti stanno mettendo in guardia. La prima regola di sicurezza rimane comunque quella di tenere denaro sugli exchange solo il tempo necessario per effettuare gli scambi e poi ritirare tutto. L’ultima notizia in merito è che MtGox ha aperto il 3 marzo scorso un call center dedicato a chi ha perso dei soldi nella chiusura della piattaforma. Quale sia lo scopo dell’iniziativa e quali rassicurazioni possano dare gli operatori, lo scopriremo solo seguendo la vicenda.

Per concludere, un consiglio: quando vedete la parola “bitcoin” in un articolo leggetelo con attenzione e chiedetevi: qual’è il messaggio che questo articolo vuole comunicare? Scoprirete che non esistono articoli neutrali. Per togliervi dall’imbarazzo vi dico già che i miei sono totalmente pro-bitcoin, ma questo penso lo sappiate già. 

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