Chi esce, chi entra e chi sta in panchina.

Dopo che la Cina ha vietato l’uso dei bitcoin alle società cinesi come valuta (consentendone però ai privati l’acquisto e la vendita in qualità di “bene digitale”), è tempo di guardarsi attorno per vedere dove il bitcoin sta mettendo radici.

Gli affezionati ricorderanno il clamore (con annesso decollo del valore del bitcoin), che suscitò l’ingresso di alcune grosse compagnie cinesi nel mondo delle crittovalute. L’ormai celebre “google cinese” Baidu aveva aperto le danze, cominciando ad accettare bitcoin come pagamento per alcuni dei propri servizi. Purtroppo in seguito al documento di qualche giorno fa della banca centrale cinese si è visto costretto a ritirare l’offerta, per non incorrere nelle potenziali (e temibili) ire di Pechino. Sia chiaro che la Cina non ha “bannato” il bitcoin (come si è letto da qualche parte), ha solo chiarito che non è legale utilizzarlo come valuta, trovandosi esso in competizione con la valuta cinese, ovvero lo yuan (o renminbi). Si può dire che al momento si sia accomodata in panchina, per studiare meglio potenzialità e rischi che il bitcoin comporta.

Da sinistra a destra Germania, Francia e Cina. Il posto vuoto é dell'Italia che non si é ancora presentata.
Da sinistra a destra Germania, Francia e Cina. Il posto vuoto é dell’Italia che non si é ancora presentata.

Il Paese del dragone è comunque in buona compagnia. Anche la banca centrale francese si è espressa in questi giorni sottolineando come il bitcoin, “nonostante non rappresenti ancora una minaccia alla stabilità finanziaria in quanto si tratta ancora attualmente di un veicolo d’investimento poco credibile, rappresenta un rischio finanziario per chi ne detiene”, in quanto il suo valore è volatile e potrebbe essere difficile riconvertirlo in valuta legale. Parole di buon senso senz’altro, peccato che sottolineino caratteristiche negative totalmente superabili. Valore volatile? Sì, contro le valute a corso legale ed a causa della speculazione in un mercato ancora piccolo, non certo per manipolazioni di un ente centrale che nel bitcoin non esiste (coff coff.. quantitative easing… coff coff). Difficile convertirlo in valuta legale? Sì, perché viene reso difficile dalle leggi fatte dai governi controllati ormai dalle stesse banche centrali.

Anche gli Stati Uniti al momento rinfoltiscono le fila dei Paesi “a bordocampo”: le recenti audizioni che si sono svolte al senato a stelle e strisce non hanno chiarito granché la posizione dello zio Sam, ma in una sentenza del 6 agosto 2013 il giudice federale texano Amos Mazzant lo ha dichiarato una valuta a tutti gli effetti per condannare un truffatore che aveva raggirato degli ignari investitori per la bellezza di 700mila bitcoin (420 milioni di euro mentre scrivo). Inoltre la chiusura di SilkRoad da parte dell’Fbi ha riportato il baricentro del bitcoin sulle attività legali, riconfermando l’attuale non belligeranza del governo USA verso la crittovaluta.

In Germania ormai da mesi il bitcoin è stato accettato come “moneta privata”, perfettamente legale negli scambi tra privati, utilizzabile anche da società finanziarie previa autorizzazione della BaFin, un’autorità federale per la supervisione del settore finanziario. Al momento là si pagano tasse solo se si cambiano bitcoin prima di averli tenuti un anno. Si tratta di una chiara pezzuola messa alla bell’e meglio, ma per ora mette al riparo i contribuenti tedeschi dall’ansia da vuoto legislativo. Al momento quindi semaforo verde.

In Canada il governo ha pubblicato una pagina sul proprio sito per venire incontro al contribuente e spiegargli come dichiarare i propri guadagni derivanti dall’uso o la “compravendita” di bitcoin, reperibile a questo link: http://cur.lv/5bkd3. Questo zelo legislativo ha permesso l’apertura al pubblico del primo bancomat per bitcoin, di cui ho già parlato in un articolo precedente.

Nel Regno Unito le cose sembravano mettersi male, in quanto le banche sono restie a finanziare siti dove poter scambiare sterline per bitcoin. Ma per quanto sia scomoda l’innovazione è difficile da fermare ed una società che gestisce pagamenti online (ZipZap) ha già annunciato che intende aprire la bellezza di 28mila “punti vendita” di bitcoin solo in UK, per poi espandersi in Europa, Africa, Asia e Medio Oriente. Maggiori dettagli saranno rilasciati all’inizio del 2014.

In Svezia verrà presentato oggi (lunedì 9 dicembre ndr) il primo bitcoin ATM svedese, nell’ambito dell’STHLM TECH Meetup a Stoccolma. Verrà installato in un centro commerciale al centro di Stoccolma dalla società Safello, che gestisce già un sito di scambio bitcoin/valute fiat. In effetti l’utilizzo dell’ATM sarà possibile solo per gli utenti registrati sul sito, in quanto le autorità finanziarie svedesi richiedono che il processo di scambio sia autorizzato solo per chi verifica in maniera approfondita la propria identità, per evitare fenomeni di riciclaggio del denaro.

In India il governo prende tempo e nel mentre sempre più startup stanno nascendo per offrire servizi basati sul bitcoin e sempre più gente compra bitcoin come forma di investimento. Anche in Israele un numero crescente di persone si sta interessando ai bitcoin e stanno nascendo gruppi di discussione ed approfondimento della materia.

In Kenia il bitcoin sta sopperendo alla mancanza di un sistema bancario moderno grazie agli smartphone (diffusissimi tra la popolazione del luogo). Con servizi come Kipochi ed M-Pesa (che si basano sui bitcoin) è possibile trasferire denaro con costi bassissimi, tempi risibili ed una sicurezza paragonabile ad una transazione bancaria. La cosa è talmente diffusa che già nel luglio scorso si stimava che un terzo della popolazione del Kenia possedesse un bitcoin wallet.

Per finire Cipro e Malta. Le isolette stanno fiutando l’affare ed i servizi finanziari basati sui bitcoin stanno nascendo come funghi. Di qualche settimana fa è la notizia che l’università privata di Nicosia accetta bitcoin come pagamento per la propria retta e sta attivando dei corsi tutti dedicati a bitcoin e crittovalute.  

Ed in Italia? Beh, il 24 novembre è nata la Bitcoin Foundation Italia, e già questo è un buon inizio.

Autore: Leonardo Brentegani

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