Democratizzare il mercato dell’arte si può, con la blockchain

La Repubblica ha dato spazio ieri all’iniziativa di due italiani che hanno lanciato, col supporto di un terzo, ArtSquare, una piattaforma internet dove è possibile acquistare frammenti del valore di quadri e prossimamente anche di sculture e altre opere d’arte.

L’idea è quella di frammentare il valore di un’opera in DAS o Digital Art Share. Come le azioni per un’azienda, chi possiederà la maggioranza delle DAS di un’opera sarà considerato il possessore vero e proprio. Tuttavia anche gli altri “azionisti” al termine di un periodo prestabilito (es. 6 mesi) potranno realizzare un profitto nel momento in cui le DAS dell’opera verranno rimesse in vendita. O perderci: “it’s the economy, stupid”.

Smart contract alla riscossa

Tutto il progetto si basa sulla Blockchain e su Modular Smart Contract realizzati ad hoc. Non a caso i due fondatori del progetto, Fabrizio D’Aloia, ingegnere elettronico originario di Benevento, e Francesco Boni Guinicelli, avvocato d’affari di Roma, hanno chiesto il supporto tecnico di Giacomo Arcaro di Rimini, tra i maggiori esperti italiani di blockchain e growth hacking.

ArtSquare nasce e si sviluppa a Londra, dove angel investor e startup trovano sicuramente un humus più favorevole che in Italia, ma la mission che la muove è di sicuro interesse per il BelPaese. Un Paese che ha nell’arte e nella bellezza un patrimonio inestimabile, e, contemporaneamente, inestimato. Poter acquistare un pezzo di un’opera d’arte, di un palazzo, di un sito archeologico, se da una parte potrebbe far gridare allo scandalo, dall’altra potrebbe essere la strada giusta per avvicinare i cittadini alla ricchezza che ci circonda e troppo spesso resta ignorata ed esposta al degrado.

Il funzionamento del sistema per come si può intuire sarà diviso in due fasi: un mercato primario, che stabilirà il possessore fisico dell’opera, ovvero chi si aggiudicherà almeno il 51% delle DAS di un’opera, e un mercato secondario, che permetterà a scadenze regolari la compravendita delle DAS dell’opera.

Il caso Feral Horses

Per capire il funzionamento possiamo richiamare la vicenda dell’opera “Habemus Hominem” dello scultore Jago, un busto in marmo di Papa Benedetto XVI denudato. Essa è stata messa in vendita a quote di 20 euro sul mercato primario ed ha raggiunto il 100% delle quote vendute l’11 luglio scorso. Partendo da un valore di 120 mila euro pagati dal possessore originario, si è arrivati alla cifra di 210 mila euro di oggi.  L’hanno comprata giovani che dicono di voler “partecipare all’evento”, ma anche supporter dell’artista come l’attrice Nancy Brilli. La novità, in questo caso, è che l’opera farà un tour nei musei per accrescerne il valore.

La vendita in questo caso è stata organizzata dalla startup Feral Horses, anch’essa nata a Londra, anch’essa fondata da un italiano: Francesco Bellanca.

Il caso ci mostra come il solo fatto di permettere al pubblico di acquistare quote di un’opera sensibilizza, pubblicizza, crea valore.

Com’è normale, trattandosi di una buona idea, i competitor di ArtSquare non mancano. Tra le aziende che hanno applicato la blockchain all’arte possiamo citare: Artory, Codex Protocol, Verisart, Dragonchain, Maecenas, la cinese Bidpoc e sicuramente altre che al momento mi sfuggono.

Valore sì, valore no

Fino ad oggi il mercato dell’arte era chiuso nelle case d’asta, alla mercè di pochi eletti. Una situazione che ha portato spesso a truffe legate al fatto che le informazioni relative all’autenticità delle opere o al loro vero valore erano difficili da reperire, e in mano a pochi. La blockchain risolve anche questo problema, in quanto un’opera venduta attraverso queste nuove piattaforme avrà sempre informazioni aggiornate, verificabili e pubbliche.

Molti puristi storceranno il naso. Solo il fatto che un’opera abbia un valore economico e che la gente ci speculi come si fa con le azioni di un’azienda incontrerà sicuramente resistenze formidabili. Ma il punto è questo: andiamo ripetendo come un mantra che la bellezza è un valore, o che l’arte nel nostro Paese andrebbe valorizzata.

Ecco, questo mi sembra il modo più democratico e smart di fare proprio questo: valorizzare l’arte.

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