Bitcoin: moneta o bene? Domanda da 1 milione di dollari.

Nei giorni scorsi abbiamo avuto due pronunciamenti contrastanti da parte della FSA (Financial Services Agency) giapponese e di un giudice fallimentare della California. E la posta in gioco è alta.

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Partiamo da quest’ultimo caso: la US Bankruptcy Court del Distretto Nord della California è stata chiamata a pronunciarsi nell’ambito della bancarotta della società HashFast, una ditta che si occupava di mining di bitcoin fallita nel 2014. L’amministratore ha fatto causa ad un impiegato di HashFast, Mark Lowe, sulla base di un trasferimento (a suo dire fraudolento) di 3000 bitcoin dalle casse della società verso Lowe stesso poco prima del fallimento.

Nelle scorse settimane entrambe le parti hanno proposto motivazioni per cui i bitcoin dovrebbero essere considerati una valuta o un bene, poiché in ballo c’è la modica cifra di 1 milione di dollari. Se infatti i bitcoin fossero considerati dal giudice una valuta, Lowe dovrebbe solo restituire i 3000 BTC al valore che avevano nel momento in cui li ha ricevuti, il che equivarrebbe a circa 360mila dollari. Se venissero invece considerati una proprietà il loro valore attuale sarebbe di circa 1,3 milioni di dollari.

Il 19 febbraio scorso il giudice Dennis Montali ha dato ragione all’amministratore, dichiarando che bitcoin sarebbe “una proprietà personale intangibile”, equiparabile quindi ad un brevetto o ad un marchio registrato. Uno degli avvocati di Lowe, Brian Klein, ha richiamato l’attenzione della corte sul fatto che all’epoca dei fatti Lowe era stato pagato in bitcoin per la promozione dei prodotti di HashFast, ed in quel caso erano stati utilizzati come dollari.

Montali tuttavia non ha condiviso il pensiero, dichiarando:

"Tutto ciò non rende i bitcoin assimilabili ai dollari, questo è il mio ragionamento. Mi rendo conto di come hanno agito le parti in causa, ma questo non li rende dollari".

La decisione non è ancora definitiva, in quanto il giudice tornerà sull’argomento quando si tratterà di ordinare a Lowe il trasferimento dell’equivalente in dollari dei 3000 BTC contesi, ma senza dubbio si tratta di un precedente abbastanza importante, benchè limitato alla discussione di casi di trasferimenti fraudolenti che ricadono nel codice fallimentare statunitense.

Di ben altra portata è il parere della FSA giapponese. La Financial Services Agency ha dichiarato martedì scorso che considererà infatti i bitcoin e le altre crittovalute come soddisfacenti le funzioni di una valuta. Questo ovviamente estenderà il controllo della stessa FSA alle monete matematiche, cosa invocata da molti dopo il fallimento, sempre nel 2014, di MtGox, all’epoca il maggiore bitcoin exchange al mondo. Tale fallimento portò infatti molti clienti alla perdita di tutti i loro fondi depositati sulla piattaforma, senza possibilità di protezione. L’idea è che creando un framework legislativo si possano evitare tali eventi e favorire la diffusione delle crittovalute.

Si assiste perciò a regolamentazioni schizofreniche in cui da una parte giudici e Fisco considerano bitcoin una proprietà, sul cui apprezzamento nel tempo vanno applicate tasse e valutazioni, mentre dall’altra parte istituzioni finanziarie come FSA, FinCen ed altri enti regolatori (inclusa la Commissione Europea) li considerano una moneta, per cui chi li utilizza deve essere sottoposto alle procedure di KYC ed AML di solito applicate a banche, sistemi di pagamento o money transmitters.

Nell’attesa che i legislatori di tutto il mondo si decidano la discussione è aperta. Per chi volesse approfondirla consiglio il blog italiano CoinLex, nonchè l’usuale forum bitcointalk.

2 pensieri su “Bitcoin: moneta o bene? Domanda da 1 milione di dollari.

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