Not your keys, not your coins: il giorno della Proof of Keys 2020

Il fatto di possedere Bitcoin è sempre stato legato al possesso delle proprie chiavi private. Ma nel 2020 c’è bisogno di un ulteriore reminder vista la crescente adozione della criptovaluta.

Il 3 gennaio 2020 è stato il secondo “Proof-of-Keys” day, dopo che l’evento è stato lanciato l’anno scorso su idea del cripto-investitore Trace Mayer. Lo scorso anno l’evento diede luogo a significativi flussi in uscita dagli exchange, in seguito all’invito rivolto ai possessori di bitcoin di spostare i propri averi in un wallet dotato di chiavi private, reclamandone così il reale possesso.

Il giorno fu scelto in quanto anniversario della creazione del Genesis Block di Bitcoin, ovvero il primo blocco della Blockchain. Quest’anno il network Bitcoin compie 11 anni, e si affaccia ad un’altra decade con un valore decisamente più alto ma ancora molte sfide di fronte a sé.

Lo sforzo richiesto per garantire tutti i ritiri di criptovalute da parte dei proprietari ha causato qualche grattacapo, in particolare agli exchange più piccoli. Nel 2019 è infatti cresciuto il ricorso agli exchange per lo stoccaggio dei propri bitcoin, fino ad arrivare a circa il 6,7% dei totali bitcoin in circolazione.

Ad ogni modo, il 3 gennaio non ha visto alcuna attività fuori dal comune sulla Blockchain che suggerisse un ritiro di massa di criptovalute. Il Bitcoin network ha gestito poco meno di 300mila transazioni, senza alcun picco di rilievo nei volumi. Per quanto riguarda i flussi relativi agli exchange non vi sono ancora dati a disposizione da analizzare.

I problemi maggiori possono verificarsi su exchange già compromessi, che si sospetta abbiano reinvestito le criptovalute a loro affidate e non mantengano riserve sufficienti. Questo Proof-of-keys day ha per esempio già smascherato un exchange di questo tipo, TradeSatoshi, un sito con una reputazione di bassa liquidità e risposte al contagocce ai ticket degli utenti.

 

Non solo Bitcoin

Non è solo il possesso dei BTC a dipendere da un wallet in pieno controllo del proprietario. Le altcoin possono essere infatti più a rischio qualora si tenga una moltitudine di questi cripto-asset sugli exchange. Aver a che fare con diversi wallet per diverse cripto può essere una seccatura, ma garantisce di avere il controllo completo dei fondi.

Chiaramente, il fatto di possedere le chiavi private non garantisce il possesso di alcuni tipi di asset, inclusi i token che possono essere bloccati o revocati a livello centralizzato. Tali token includono EOS, dove un consiglio ristretto può decidere di bloccare un account o revocare delle transazioni. Ma non solo, anche alcuni token ERC-20 permettono agli smart contract di controllare la cripto-riserva monetaria.

Nel 2019 il ricorso a custodi terzi è aumentato, anche in seguito all’ingresso nel mondo cripto di investitori istituzionali. Ma anche custodi come Coinbase e Bakkt hanno il pieno controllo delle criptovalute depositate e possono rifiutare o limitare i ritiri.

Exchange più piccoli invece non hanno proprio aderito ad alcuno standard di sicurezza. Nel 2019 gli hack a danno di exchange si sono moltiplicati, sottolineando ancora come sia necessario mantenervi solo lo stretto necessario nel caso si voglia fare trading e non si possa affidare il proprio intero cripto-portfolio a terze parti.

Insomma, il 3 gennaio sarà anche per i prossimi anni il momento di verificare se si è liberi dalla pratica di riserva frazionaria degli exchange oppure no.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *