Bitcoin supera quota 600$

Da fine maggio Bitcoin è entrato in una fase di rally, con valori che non si vedevano dal 2014.

La crescita di bitcoin nell'ultimo mese (+42.48%). fonte: bitcoinity.org
La crescita di bitcoin nell’ultimo mese (+42.48%). fonte: bitcoinity.org

Il valore di bitcoin non è forse l’aspetto più interessante dell’invenzione di Satoshi Nakamoto, ma è inutile nascondersi che sia quello che fa più notizia. Nonostante le continue dichiarazioni di morte che negli anni i detrattori gli hanno cucito addosso, Bitcoin prosegue il suo percorso di maturazione, continuando ad abbattere record.

Il market cap della crittovaluta, ormai attorno ai 10 miliardi di dollari, ha superato quello di aziende come Western Union o Twitter. Benchè la comparazione sia scorretta, è significativo che una cosa nata cinque anni fa, priva di valore e senza alcun tipo di pubblicità, oggi valga quanto una multinazionale.

Alla base del rally varie spiegazioni, come sempre più ipotetiche che reali. Secondo alcuni la causa sarebbero i timori di svalutazione dello yuan, che avrebbero spinto molti Cinesi ad acquistare bitcoin prima che la Cina istituisca più stringenti controlli sulla fuga di capitali. Secondo altri il motivo è l’avvicinarsi del cosiddetto “halvening”, ovvero del momento in cui verrà dimezzata la ricompensa per il miner che “risolve” un blocco, passando da 25 a 12,5 bitcoin. La successiva scarsità di bitcoin, più percepita che reale, potrebbe aver spinto molti ad accaparrarseli in anticipo. Ad ogni modo potrebbe anche trattarsi della classica profezia che si autoavvera: per diversi motivi in molti pensano che il valore salirà e comprano bitcoin, alimentando la bolla.

E’ inutile nascondersi infatti che si tratta di un’ulteriore bolla speculativa e assolutamente non di una crescita organica. I motivi che spingono il rally sono certamente di natura speculativa a questo punto, e non ci sono garanzie sul se e il quando questo movimento ascendente terminerà, portando probabilmente a correzioni o addirittura ad un crollo. Negli anni tuttavia il valore di bitcoin è tendenzialmente aumentato, con il valore post-bolla di molto superiore a quello pre-bolla.

Sia chiaro che giocare con Bitcoin è di diversi ordini di grandezza più rischioso che giocare in borsa. Una cosa da considerare, se si vuole rischiare la sorte investendo nella crittovaluta. Domani potrebbe valere zero e non c’è banca a cui chiedere un rimborso.

It’s Bitcoin, baby, e non è certo un mondo per deboli di cuore.

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E’ ufficiale: Steam accetta pagamenti in bitcoin!

Il partner scelto per l’implementazione è BitPay, secondo cui la mossa mira agli utenti dei Paesi in via di sviluppo.

Dopo i rumors di questi giorni finalmente è ufficiale: Valve ha collaborato con il servizio di pagamento BitPay per portare la criptovaluta di Satoshi Nakamoto sulla piattaforma di videogiochi Steam.

BitPay ha dichiarato che è stata interpellata dalla compagnia perché voleva internazionalizzare le proprie operazioni, rendendo più semplice per gli utenti Steam dei Paesi in via di sviluppo comprare giochi senza usare carte di credito.

Bitcoin tra le opzioni di pagamento di Steam
Bitcoin tra le opzioni di pagamento di Steam

“Benchè sempre più utenti abbiano accesso a internet in questi Paesi i sistemi di pagamento tradizionali come le carte di credito spesso non sono disponibili. – ha dichiarato BitPay in un post sul proprio blog – In qualità di valuta universale di internet, Bitcoin permetterà a Steam di raggiungere facilmente i videogiocatori in ogni mercato in tutto il mondo, senza le alte tariffe o i rischi di chargeback che accompagnano i pagamenti con carta di credito”.

Benchè sia vero che molti videogiocatori in Paesi in via di sviluppo potrebbero non avere un facile accesso a carte di credito o debito non è tuttavia possibile dire che Bitcoin sia privo di rischi. Ad ogni modo da oggi i 125 milioni di utenti della piattaforma per videogiochi PC più grande del mondo hanno una possibilità di pagamento in più.

Che dire se non: preparate i bitcoin wallet per il prossimo Steam Sale!

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OpenBazaar apre i battenti.

Gli sviluppatori di OpenBazaar, il protocollo di e-commerce decentralizzato, hanno rilasciato ieri la prima versione live del software.

La schermata iniziale di OpenBazaar
La schermata iniziale di OpenBazaar

Ora disponibile per il download, OpenBazaar permette il commercio online in maniera peer-to-peer, utilizzando bitcoin come forma di pagamento, in maniera molto simile ad una sorta di e-bay che utilizza però la criptovaluta. OpenBazaar è nato da un precedente progetto chiamato DarkMarket, che puntava a facilitare il commercio online decentralizzato.

La release arriva al termine di un periodo di test pubblico che ha visto la creazione di un’ampia varietà di negozi creati utilizzando la bitcoin testnet per le transazioni (un ambiente creato appositamente per svolgere test sulle funzionalità di bitcoin). Gli sviluppatori hanno dichiarato in occasione del lancio che questo periodo di test ha totalizzato oltre 25mila download in tutto il mondo (in 126 Paesi) e la creazione di più di 3000 merchants.

“A partire da oggi, chiunque nel mondo con un accesso ad internet può utilizzare i bitcoin e OpenBazaar per la compravendita libera di beni e servizi. Non vediamo l’ora di vedere come la gente utilizzerà questo strumento” ha dichiarato il capo del progetto Brian Hoffman.

Gli sviluppatori dietro OpenBazaar hanno raccolto 1 milione di dollari di capitale lo scorso anno dai fondi d’investimento Andreessen Horowitz e Union Square Ventures, nonché dall’affarista William Mougayar, creando una startup chiamata OB1 che coordinerà lo sviluppo e la creazione di nuovi servizi mirati per gli utenti di OpenBazaar.

Tradotto da: CoinDesk

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UE: presto una Task Force per regolamentare l’uso di Bitcoin e Blockchain.

La Commissione Europea Affari Economici e Monetari ha pubblicato un draft report sulle monete digitali e la blockchain. Il paper suggerisce la creazione di una Task Force che si occupi di queste innovazioni.

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La Task Force dovrebbe essere diretta dalla Commissione per supportare il lavoro del legislatore all’interno dell’UE e a livello delle singole nazioni in relazione alle varie applicazioni della blockchain. Il report suggerisce anche che la Task Force dovrebbe essere finanziata dall’UE e dovrebbe eleggere legislatori e tecnici esperti per monitorare e valutare le varie applicazioni della blockchain. Lo staff di questo gruppo sarebbe autorizzato a raccomandare misure legislative ed occuparsi di eventuali problemi di sicurezza per i consumatori.

Il report è stato redatto da Jakob von Weizsäcker, un membro tedesco della Commissione Parlamentare Europea Affari Economici e Monetari. Il documento evidenzia i bassi costi di transazione e trasferimento delle valute digitali nonché la velocizzazione che esse comportano per i sistemi di pagamento.

Il Consiglio Europeo ha recentemente approvato lo sviluppo di nuove regole per i siti di scambio di valute digitali (virtual currencies exchange) e per i wallet providers entro la fine di Giugno. Le nuove regole includeranno emendamenti alla Quarta Direttiva AML (AMLD4) e alla Seconda Direttiva sui Servizi di Pagamento (PSD2).

La Commissione Europea Affari Economici e Monetari voterà sul contenuto del report di Jakob von Weizsäcker in aprile e, se approvato, esso potrebbe essere portato al voto nel Parlamento Europeo in maggio.

Interessante notare come il report sottolinei un approccio “soft ma deciso”, che non blocchi l’innovazione in questa fase preliminare ma affronti in maniera rapida e decisa le sfide legislative che potrebbe porre un uso diffuso di criptovalute e tecnologie basate su blockchain.

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Bitcoin: moneta o bene? Domanda da 1 milione di dollari.

Nei giorni scorsi abbiamo avuto due pronunciamenti contrastanti da parte della FSA (Financial Services Agency) giapponese e di un giudice fallimentare della California. E la posta in gioco è alta.

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Partiamo da quest’ultimo caso: la US Bankruptcy Court del Distretto Nord della California è stata chiamata a pronunciarsi nell’ambito della bancarotta della società HashFast, una ditta che si occupava di mining di bitcoin fallita nel 2014. L’amministratore ha fatto causa ad un impiegato di HashFast, Mark Lowe, sulla base di un trasferimento (a suo dire fraudolento) di 3000 bitcoin dalle casse della società verso Lowe stesso poco prima del fallimento.

Nelle scorse settimane entrambe le parti hanno proposto motivazioni per cui i bitcoin dovrebbero essere considerati una valuta o un bene, poiché in ballo c’è la modica cifra di 1 milione di dollari. Se infatti i bitcoin fossero considerati dal giudice una valuta, Lowe dovrebbe solo restituire i 3000 BTC al valore che avevano nel momento in cui li ha ricevuti, il che equivarrebbe a circa 360mila dollari. Se venissero invece considerati una proprietà il loro valore attuale sarebbe di circa 1,3 milioni di dollari.

Il 19 febbraio scorso il giudice Dennis Montali ha dato ragione all’amministratore, dichiarando che bitcoin sarebbe “una proprietà personale intangibile”, equiparabile quindi ad un brevetto o ad un marchio registrato. Uno degli avvocati di Lowe, Brian Klein, ha richiamato l’attenzione della corte sul fatto che all’epoca dei fatti Lowe era stato pagato in bitcoin per la promozione dei prodotti di HashFast, ed in quel caso erano stati utilizzati come dollari.

Montali tuttavia non ha condiviso il pensiero, dichiarando:

"Tutto ciò non rende i bitcoin assimilabili ai dollari, questo è il mio ragionamento. Mi rendo conto di come hanno agito le parti in causa, ma questo non li rende dollari".

La decisione non è ancora definitiva, in quanto il giudice tornerà sull’argomento quando si tratterà di ordinare a Lowe il trasferimento dell’equivalente in dollari dei 3000 BTC contesi, ma senza dubbio si tratta di un precedente abbastanza importante, benchè limitato alla discussione di casi di trasferimenti fraudolenti che ricadono nel codice fallimentare statunitense.

Di ben altra portata è il parere della FSA giapponese. La Financial Services Agency ha dichiarato martedì scorso che considererà infatti i bitcoin e le altre crittovalute come soddisfacenti le funzioni di una valuta. Questo ovviamente estenderà il controllo della stessa FSA alle monete matematiche, cosa invocata da molti dopo il fallimento, sempre nel 2014, di MtGox, all’epoca il maggiore bitcoin exchange al mondo. Tale fallimento portò infatti molti clienti alla perdita di tutti i loro fondi depositati sulla piattaforma, senza possibilità di protezione. L’idea è che creando un framework legislativo si possano evitare tali eventi e favorire la diffusione delle crittovalute.

Si assiste perciò a regolamentazioni schizofreniche in cui da una parte giudici e Fisco considerano bitcoin una proprietà, sul cui apprezzamento nel tempo vanno applicate tasse e valutazioni, mentre dall’altra parte istituzioni finanziarie come FSA, FinCen ed altri enti regolatori (inclusa la Commissione Europea) li considerano una moneta, per cui chi li utilizza deve essere sottoposto alle procedure di KYC ed AML di solito applicate a banche, sistemi di pagamento o money transmitters.

Nell’attesa che i legislatori di tutto il mondo si decidano la discussione è aperta. Per chi volesse approfondirla consiglio il blog italiano CoinLex, nonchè l’usuale forum bitcointalk.

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Timestamping di documenti con Eternity Wall

Ovvero: come ho imparato a non rivolgermi al notaio e ad amare la Blockchain.

Ieri era San Valentino, e su facebook abbiamo parlato di messaggi d’amore eterni sulla Blockchain. Ma la tecnologia alla base di Bitcoin può fare, come sappiamo, molto di più. Lo stesso Eternity Wall, fondato, lo ricordiamo, dall’italianissimo Riccardo Casatta, può aiutarci a dimostrare l’esistenza di un documento in un determinato momento temporale, sfruttando il concetto del “Timestamping”. Vediamo come.

Fino all’avvento di Bitcoin e della Blockchain per poter provare che un documento (come un contratto o un passaggio di proprietà) era stato redatto in una determinata forma in un determinato momento, era necessario affidarsi ad un notaio o ad un altro ente terzo fidato che garantisse la cosa. Si parlava, e si parla tutt’ora di “Trusted timestamping”.

L’idea è, in verità, vecchia di secoli. Già nel 1675 Robert Hooke, per tutelare la paternità della “legge di Hooke” (sul comportamento dei materiali elastici) prima pubblicò l’anagramma “ceiiinosssttuv”, quindi 3 anni dopo pubblicò la traduzione “ut tensio sic vis”, latino per “come l’estensione, così la forza”, dimostrando di aver elaborato il concetto prima di chiunque altro. Anagrammi furono usati anche da Galileo e Sir Isaac Newton, per tutelare le proprie scoperte.

Nel tempo questa pratica si è digitalizzata, diventando un “Trusted digital timestamping”, dove una terza parte fidata (TTP – Trusted Third Party) agisce da autorità per la “marcatura temporale” (TSA – Time Stamping Authority) e garantisce l’autenticità del timestamp. E’ possibile (pagando) avere anche più terze parti autenticanti, per garantire una maggiore sicurezza.

La tecnica è basata sul concetto di firma digitale e funzioni di hash. Innanzitutto viene calcolato l’hash di un file. L’hash è una stringa alfanumerica che agisce da “impronta digitale” dei dati d’origine. Non è infatti possibile ottenere due hash uguali partendo da file o dati anche minimamente diversi. Se il file o i dati originali vengono alterati, anche di una virgola, l’hash risultante sarà completamente diverso.

L’hash del documento da “marcare temporalmente” viene quindi inviato alla “Time Stamping Authority” che calcola l’hash della combinazione: “hash del documento” + “timestamp”, il quale viene poi “firmato” in maniera digitale con la chiave privata della TSA. A questo punto il tutto viene rispedito al richiedente del timestamp, che dovrà mantenere copia del file originale più l’hash firmato dalla TSA. Poiché il file di partenza non può essere calcolato partendo dall’hash risultante (si può fare solo il viceversa), la TSA non può vedere i dati d’origine, per cui la procedura garantisce la riservatezza dei file del committente. A questo punto potrò dimostrare che quel documento esisteva in quella forma in quel determinato momento temporale.

"Trusted timestamping" di Bart Van den Bosch, Wikipedia
“Trusted timestamping” di Bart Van den Bosch, Wikipedia

Bitcoin ci dà la possibilità di fare tutto questo in maniera “Trustless” e decentralizzata, senza bisogno di una terza parte che garantisca l’autenticità del timestamp. Come? Allegando l’hash di un documento ad una transazione di pochi satoshi grazie alla funzione OP_RETURN. Per chi fosse interessato ad una spiegazione più approfondita legga pure qui. Per gli altri, grazie ad Eternity Wall, la procedura si risolve ad un semplice drag & drop e un paio di clic.

Apriamo la pagina dedicata al timestamping su Eternity Wall, trasciniamo il documento da “marcare” nell’apposito riquadro (nel mio caso un contratto di fornitura standard tratto da Oscon.it), confermiamo di non essere un robot (risata metallica) e diamo l’ok.

drag & drop di un documento su Eternity Wall
drag & drop di un documento su Eternity Wall

Il sistema calcolerà l’hash del documento e lo inserirà nella Blockchain nelle successive 24 ore.

messaggio di conferma del processo di timestamping
messaggio di conferma del processo di timestamping

A questo punto potremo stoccare l’hash con il documento originale e potremo provare che quel documento esisteva così come lo stiamo mostrando al momento dell’avvenuto processo di timestamping. Sia chiaro: la validità legale di una tale procedura non è garantita (siamo in Italia dopotutto), ma con una buona dose di pazienza e consulenti legali che sappiano di cosa parlano si tratta di un procedimento che garantisce un ampio margine di sicurezza nel confermare l’esistenza e la conformità di un documento o un file.

Ad onor di cronaca servizi simili sono offerti anche da altri siti, e non tutti usano OP_RETURN. Tra gli altri:

Ma dopotutto qui siamo su BitcoinITA, quindi… w Eternity Wall!

AGGIORNAMENTO 16/02/2016:

Nel blog di Eternity Wall è stato appena pubblicata la guida su come verificare in maniera indipendente e manuale la notarizzazione: http://blog.eternitywall.it/2016/02/16/how-to-verify-notarization/. Il contenuto è abbastanza tecnico, ma niente che un bitcoiner non possa affrontare.

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Ethereum prospera sui problemi di Bitcoin

Di fronte alle difficoltà che la finanza tradizionale sta affrontando una domanda sorge spontanea: perché il valore di bitcoin non sale? La risposta è duplice: “Blocksize debate” ed “Ethereum”.

La comunità Bitcoin sta affrontando uno dei periodi più problematici della sua breve storia. Il nucleo della questione è la cosiddetta “blocksize” o “taglia dei blocchi”. Ad oggi è pari ad 1Mb, e per molti non è sufficiente per garantire un numero adeguato di transazioni al secondo. Il problema è che blocchi più grandi significherebbero costi maggiori per i miners, e quindi una spinta alla centralizzazione, che per molti sostenitori di Bitcoin significherebbe la fine della criptovaluta per come abbiamo imparato ad apprezzarla. Tutto questo ha bloccato lo sviluppo di Bitcoin, almeno nel breve periodo, spaccando la community perlopiù in due fazioni: una a favore di un hard fork che aumenti la dimensione dei blocchi e una a favore del mantenimento dei blocchi da 1Mb con l’implementazione di tecnologie o soft forks che aumentino il numero di transazioni “raggruppabili” in un blocco.

Questo ha bloccato verosimilmente anche il valore di bitcoin, fermo da circa un mese nel range 300/400 euro per bitcoin, come si può vedere nel grafico.

cambio EUR/mBTC su kraken da gen 2016, dati: bitcoinity.org
cambio EUR/mBTC su kraken da gen 2016, dati: bitcoinity.org

Ma quindi chi ricercava nelle criptovalute una possibile ancora di salvataggio nello tsunami che affligge l’economia reale a chi si è rivolto? La risposta è Ethereum che, come si può vedere da quest’altro grafico, ha aumentato il proprio valore di circa 5 volte da gennaio di quest’anno.

cambio EUR/ETH su kraken, dati: EthereumWisdom.com
cambio EUR/ETH su kraken, dati: EthereumWisdom.com

Cos’è Ethereum? Citando Wikipedia:

 Ethereum è una piattaforma decentralizzata del Web 3.0 per la creazione e pubblicazione peer-to-peer di contratti intelligenti (smart contracts) creati in un linguaggio di programmazione Turing-completo.
Per poter girare sulla rete peer-to-peer, i contratti di Ethereum "pagano" l'utilizzo della sua potenza computazionale tramite una unità di conto, detta Ether, che funge quindi sia da criptovaluta che da carburante. In altre parole, contrariamente a molte altre criptovalute, Ethereum non è solo un network per lo scambio di valore monetario ma una rete per far girare contratti basati su Ethereum. Questi contratti possono essere utilizzati in maniera sicura per eseguire un vasto numero di operazioni: sistemi elettorali, registrazione di nomi dominio, mercati finanziari, piattaforme di crowdfunding, proprietà intellettuale, etc...
La piattaforma fu inizialmente menzionata da Vitalik Buterin nel Bitcoin Magazine, di cui lo stesso era fondatore, agli inizi del 2013. È stata successivamente concettualizzata nel White Paper dello stesso Buterin e formalizzata da Gavin Wood nel cosiddetto Yellow Paper, ad inizio 2014. Il rilascio della prima versione "live" della piattaforma (cosiddetta, versione Frontier) è avvenuto il 30 Luglio 2015.

Si tratta per l’appunto di una di quelle “piattaforme” nate prendendo spunto da Bitcoin ma di fatto coniugandolo in una nuova generazione di servizi basati sulla tecnologia della “Blockchain”. Da molti esse sono definite come “Bitcoin 2.0”.

I vantaggi di Ethereum rispetto a Bitcoin sono senza dubbio lo sviluppo più lineare, dal momento che sostanzialmente viene portato avanti dal creatore, Vitalik Buterin, in una sorta di “dittatura benevola”, e la relativa maggiore versatilità, poiché è possibile programmare smart contracts creati in un linguaggio di programmazione Turing-completo. Ovviamente tali vantaggi possono anche essere visti come svantaggi, in quanto un solo sviluppatore-capo significa una maggior facilità di coercizione da parte di attori malintenzionati ed allo stesso modo il linguaggio di programmazione Turing-completo può portare con sé dei pericoli di malware o comunque utilizzi malevoli della piattaforma. Tali svantaggi sembrano però non aver fermato l’avanzata della “criptovaluta 2.0”, adottata anche dal consorzio R3 che riunisce 11 banche nella creazione di un network privato per l’esecuzione di transazioni finanziarie istantanee.

Riusciranno Ethereum e le banche a creare un “Bitcoin 2.0” senza Bitcoin, vincendo il soverchiante “network effect” della criptovaluta di Satoshi Nakamoto? Di sicuro se il dibattito sul “blocksize” continuerà a lungo Ethereum troverà sempre più sostenitori.

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Princeton rilascia un libro di testo gratuito su Bitcoin

E’ disponibile da ieri la prima versione del libro di testo su Bitcoin e tecnologie Blockchain redatto in seno alla celebre Università di Princeton.

L'Università di Princeton nel New Jersey, Stati Uniti
L’Università di Princeton nel New Jersey, Stati Uniti

Il testo è disponibile in pdf al seguente link: http://adf.ly/1Wjj72

Il libro è pensato per dare al lettore che possieda già una certa familiarità con Bitcoin e l’informatica una conoscenza tecnica approfondita sul funzionamento della criptovaluta creata da Satoshi Nakamoto. A detta degli stessi autori si è cercato di mantenere il testo, che pure è di circa 300 pagine, il più leggibile possibile mantenendo uno stile colloquiale.

La “Princeton University Press” pubblicherà la versione ufficiale, peer-reviewed, rifinita e professionalmente rilegata durante la prossima estate. Qualora si volesse venire avvisati dell’avvenuta pubblicazione è possibile registrarsi qui: http://adf.ly/1WjjEA

Diversi corsi universitari hanno già preso spunto dal testo, come il CS251 di Stanford. Nel caso chi legge sia un professore e desideri utilizzare questo materiale, può contattare direttamente il team che ha provveduto alla realizzazione del libro per ottenere ulteriori supporti didattici al seguente indirizzo mail: bitcoinbook[at]lists.cs.princeton.edu.

Sono inoltre disponibili ulteriori spunti, materiali didattici ed esercitazioni sul sito del corso tenuto sulla piattaforma Coursera, che ha fornito la base per questo libro e si è rivelato un successo, seguito da più di 30mila studenti nella sua prima versione.

Il corso verrà riproposto a breve con ulteriori miglioramenti, tra cui una lezione su Ethereum.

Nel caso foste studenti universitari italiani (e non) potrete inoltre trovare contatti ed ulteriori materiali presso il College Cryptocurrency Network Italia, l’associazione che riunisce chi si occupa di Bitcoin in ambito universitario in Italia.

Buona lettura!

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Finalmente svelata l’identità segreta di Satoshi Nakamoto?

La ricerca della vera identità del creatore di Bitcoin si arricchisce di un nuovo capitolo. Questa volta il dito è puntato verso l’australiano Craig Steven Wright.

Nelle ultime ore si sono riaccesi i riflettori sul presunto creatore (o creatrice, o creatori) di Bitcoin. Wired e Gizmodo, imbeccati da soffiate anonime, hanno indicato un nuovo possibile candidato: l’imprenditore ed informatico australiano Craig Steven Wright, che avrebbe programmato Bitcoin in collaborazione con Dave Kleiman, un esperto in informatica forense deceduto nell’aprile del 2013.

foto di Craig S Wright tratta dal suo profilo linkedin
foto di Craig S Wright tratta dal suo profilo linkedin

L’intera storia si basa su trascrizioni ed e-mail il cui contenuto collegherebbe l’australiano alla creazione della criptovaluta, ma non appaiono prove schiaccianti. Gli stessi giornalisti di Wired che hanno pubblicato lo scoop dichiarano: “E nonostante un’impressionante collezione di prove non possiamo dire con assoluta certezza che il mistero sia risolto. Ma di tutte le possibilità due in particolare emergono su tutte le altre: o Wright ha inventato Bitcoin, oppure è un brillante creatore di bufale che vuole a tutti i costi che noi crediamo che lo abbia fatto”.

Negli anni in molti hanno annunciato di aver scoperto il vero Satoshi Nakamoto, tuttavia nessuno è mai riuscito a provare in maniera definitiva le proprie affermazioni. Tra i vari “sospettati” troviamo:

Sarà un caso, ma poche ore dopo la pubblicazione del nome di Wright la sua casa è stata oggetto di una perquisizione da parte della polizia federale australiana. Ufficialmente la motivazione fornita dalle autorità è stata che il raid faceva parte di investigazioni in corso da parte del fisco australiano. Certo il timing del controllo lascia diversi dubbi riguardo le reali motivazioni dell’iniziativa.

Ad ogni modo la rivelazione anche questa volta lascia perplessi. Se Satoshi Nakamoto volesse rivelare veramente la propria identità potrebbe muovere i bitcoin in suo possesso allegando un messaggio alla transazione, o comunque fornendo prove inconfutabili della propria identità, anziché far trapelare e-mail e post facilmente falsificabili.

Per dirla con le parole dello sviluppatore Jeff Garzik: “In breve: o mi fornite una proof of Satoshi matematicamente corretta oppure lasciatemi in pace”.

 

il tweet dello sviluppatore Jeff Garzik
il tweet dello sviluppatore Jeff Garzik

 

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Bitnation ed Estonia fanno a meno di notai e confini nazionali grazie alla Blockchain.

Grazie ai programmi di e-Residency e Public Notary l’Estonia, in collaborazione con l’azienda Bitnation, offre a chiunque nel mondo la possibilità di diventare un “Cittadino digitale estone” nonchè di notarizzare contratti e certificati sulla Blockchain, con numerosi vantaggi.

In maggio, Bitcoin Magazine ha raccontato come l’iniziativa Governance 2.0 di Bitnation basata sulla tecnologia blockchain stesse portando avanti una piattaforma di Governance “fai da te” esistente esclusivamente sulla blockchain.

“Bitnation è il Sistema Operativo di una Governance 2.0, progettata per sovvertire l’oligopolio degli Stati nazionali mediante l’offerta di servizi di governance più comodi, sicuri e migliori dal punto di vista del rapporto costi/benefici” ha dichiarato la fondatrice nonché amministratore delegato di Bitnation Susanne Tarkowski Tempelhof.

Bitnation è una tra le numerose iniziative che puntano a dare più potere ai “cittadini globali” con un crescente ventaglio di opzioni per bypassare i sistemi di governance basati sugli Stati nazionali. Il programma di e-Residency varato dal governo estone è per esempio un’altra iniziativa che va in quella direzione.

Il programma offre a chiunque, dovunque nel mondo, un’identità digitale emessa dal governo dell’Estonia nonché la possibilità di creare e gestire un business online secondo le normative estoni. Gli stranieri che diventano e-residents dell’Estonia non hanno automaticamente il diritto di residenza fisica nel piccolo stato baltico, ma possono basare qui la loro esistenza finanziaria.

L’Estonia, un Paese all’avanguardia del moderno e-government, offre ai propri cittadini servizi online efficienti da oltre 10 anni.

“Offrendo agli e-residents gli stessi servizi, l’Estonia è un pioniere dell’idea di un Paese senza confini” dichiara il sito relativo all’e-Residency. In particolare gli e-residents possono firmare, verificare e criptare documenti e contratti in maniera digitale, creare un’azienda estone online in 24 ore con un indirizzo fisico in Estonia garantito da un servizio esterno, e amministrare l’azienda da qualunque luogo del mondo.

La Carta d'Identità del primo e-resident Edward Lucas
La Carta d’Identità del primo e-resident Edward Lucas

Al momento creare un conto corrente bancario aziendale in Estonia richiede un incontro di persona presso una delle banche che riconoscono le carte d’identità smart degli e-residents (ad oggi LHV, Swedbank e SEB) ma una volta che il conto è stato aperto gli e-residents possono gestirlo ed effettuare trasferimenti finanziari da qualunque luogo del mondo.

Un aspetto interessante dell’e-Residency per gli imprenditori è che, in Estonia, i ricavi delle aziende non sono tassati. Perciò la fiscalità è molto semplificata e tutti i guadagni possono essere reinvestiti. Tuttavia, dal momento che l’e-Residency non implica la residenza fiscale, gli e-residents sono tenuti a pagare le tasse nello Stato in cui vivono sui guadagni che ricavano dall’azienda.

Ora il governo estone sta creando una partnership con Bitnation per offrire un servizio notarile pubblico agli e-residents basato sulla tecnologia blockchain.

“Attraverso il servizio notarile pubblico di Bitnation gli e-residents saranno in grado, indipendentemente da dove vivono o lavorano, di notarizzare i propri matrimoni, certificati di nascita, contratti di lavoro e molto altro sulla blockchain” dichiara un comunicato stampa congiunto.

“Sono molto felice di lavorare con il programma di e-Residency estone per creare una pratica standard di competizione dei servizi di governance sul mercato globale, e per permettere ad altri di esercitare il proprio diritto all’autodeterminazione e a seguire il percorso di Bitnation verso la sovranità” ha dichiarato Tarkowski Tempelhof in un comunicato stampa.

“La Repubblica estone è all’avanguardia per quanto riguarda l’innovazione dell’e-governance” ha detto Tarkowski Tempelhof a Bitcoin Magazine. “Sono perlopiù giovani e aperti mentalmente, ansiosi di testare nuove tecnologie per migliorare i propri servizi. Inoltre i loro processi sono molto ottimizzati, il che è originale per un governo e, inutile sottolinearlo, molto piacevole”.

Se una coppia si sposa presso questa “Public Notary”, non significa che si sposi nella giurisdizione estone, o in qualunque altra giurisdizione di alcuno stato nazionale, fa notare il comunicato stampa. Essa si sposa per così dire all’interno della “giurisdizione della blockchain”.

L’International Business Times fa notare che, oltre al matrimonio, la tecnologia blockchain può offrire una “prova di esistenza” e di integrità riguardo gli accordi contrattuali legalmente vincolante a livello mondiale per settori come quello bancario o quello delle acquisizioni di compagnie in maniera rapida e conveniente, dando più potere agli imprenditori ed ai cittadini ovunque nel mondo.

“In Estonia crediamo che la gente debba essere libera di scegliere i servizi digitali/pubblici che più servono loro, indipendentemente dall’area geografica dove sono nati in maniera arbitraria” ha detto il direttore del programma di e-Residency Kaspar Korjus. “Viviamo veramente in un periodo storico emozionante, nel quale stati nazionali e nazioni virtuali competono e collaborano gli uni con le altre su un mercato internazionale allo scopo di garantire migliori servizi di governance”.

In effetti, l’importanza ed il potenziale impatto della mossa del governo estone non dovrebbe essere sottovalutata. Qui abbiamo il governo di uno stato nazionale, membro dell’Unione Europea, che riconosce una nazione virtuale come un partner legittimo per lo sviluppo e la graduale implementazione di servizi di governance di nuova generazione.

“Il mio scopo è quello di vedere un mondo dove centinaia di migliaia di milioni di fornitori di servizi di governance competono su un mercato globale mediante l’offerta di migliori servizi ad un prezzo migliore, anziché mediante l’uso della forza all’interno di linee arbitrarie tracciate nella sabbia” ha dichiarato Tarkowski Tempelhof a Bitcoin Magazine. “Per questo vedere governi di stati nazionali come la Repubblica d’Estonia che cominciano a garantire servizi di governance su un mercato libero globale è incoraggiante, nonché un passo nella giusta direzione. Ora abbiamo bisogno che più governi di stati nazionali e protocolli open source entrino nel mercato globale”.

Tarkowski Tempelhof ha aggiunto che, realisticamente, è più probabile che piccole nazioni adottino questa tecnologia nel breve termine.

“Paesi e città stato che mi vengono in mente sono Singapore, Lichtenstein, Andorra, etc.” ha dichiarato. “Potremmo anche vedere nazioni in via di sviluppo balzare direttamente a queste tecnologie innovative in termini di tecnologie di governance”.

Tradotto da: Bitcoin Magazine

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